Eppur si muove: una nuova ondata di proteste scuote la “democrazia controllata” putiniana

Per anni siamo stati abituati a vedere la Russia come la superficie immobile di una palude, e a ritenere con una certa legittimità che nessun avvenimento, per quanto destabilizzante, potesse mai perturbare l’ordine politico creato da Vladimir Putin, o incrinare il solido consenso popolare su cui si basa. Questo vale almeno dal 2012-2013, quando le proteste in seguito all’elezione di Putin al terzo mandato presidenziale finirono nel nulla.

Eppure, qualcosa si sta muovendo. Piccole increspature sulle acque della palude, con la potenzialità di trasformarsi in uno tsunami. Tutto è cominciato il 26 marzo, quando migliaia di persone nella sola Mosca hanno partecipato ad una dimostrazione di massa contro la corruzione. Simili manifestazioni erano state organizzate in un centinaio di altre città russe. Fra 500 e 700 persone sono state arrestate a Mosca, incluso il leader dell’opposizione Aleksej Naval’nyj, ma la cosa non è finita lì. Lo scorso 11 giugno, più di 20.000 moscoviti sono scesi in strada per protestare contro un programma di rinnovamento urbano promosso dal sindaco di Mosca Sergej Sobjanin, un fedelissimo di Vladimir Putin. Alla manifestazione ha partecipato anche Naval’nyj, tornato in libertà. Il giorno successivo, mentre la maggioranza della popolazione era impegnata nei festeggiamenti del Giorno della Russia (Den’ Rossii), altre proteste sono state organizzate in più di 80 città russe. A Mosca, la manifestazione era stata autorizzata dal governo in un luogo diverso vicino al centro, ma lo stesso Naval’nyj l’ha poi spostata sulla via Tverskaja, l’arteria principale della città, adducendo a motivazione il fatto che le autorità municipali avevano provato a sabotare la manifestazione impedendo le forniture di equipaggiamenti audio. In strada, la gente gridava: “Russia senza Putin!”, “Putin ladro!”, “La Russia sarà libera”. A fine giornata, si contavano già 750 arrestati a Mosca e 900 a San Pietroburgo, la maggior parte giovanissimi. Lo stesso Naval’nyj è stato prelevato dal suo appartamento ancor prima di poter raggiungere la manifestazione.

Questa nuova ondata di proteste, dobbiamo dirlo, non ha suscitato un grande entusiasmo nei commentatori occidentali. Sono già stati tanti i movimenti di protesta dalla seconda metà dei Duemila in avanti, nessuno dei quali è riuscito a provocare un cambiamento di regime, è l’argomento principale contro l’ipotesi di un vero cambiamento in atto. Che si tratti delle Marce dei Dissidenti fra il 2006 e il 2008, delle diverse edizioni della “Marcia Russa” organizzate all’opposizione nazionalista a partire dal 2006, o dei meeting del gruppo Strategia 31, cominciati dallo scrittore e politico Eduard Limonov nel 2009 e tenuti il 31 di ogni mese in piazza Triumfal’naja a Mosca, nessuna delle precedenti dimostrazioni di massa ha avuto un vero seguito. Anche la campagna “Putin deve andarsene” (Putin dolzhen ujti), lanciata nel 2010 per chiedere le dimissioni dell’allora Primo Ministro, non produsse risultati apprezzabili, nonostante le quasi 100.000 firme raccolte.

La situazione sembrava dover cambiare drasticamente nel dicembre 2011, quando i risultati delle elezioni legislative, ritenute fortemente pilotate dal governo, produssero una nuova ondata di proteste. Lo slogan di queste dimostrazioni era “Per delle elezioni pulite” (Za chestnye vybory), che divenne anche il nome di un movimento politico. Le dimostrazioni continuarono anche l’anno successivo, e raggiunsero il culmine con l’elezione di Vladimir Putin al terzo mandato presidenziale nel marzo 2012. Il 6 maggio, il giorno prima della cerimonia di inaugurazione presidenziale, 20.000 persone si riunirono in piazza Bolotnaja, nel centro di Mosca. Si trattò di una delle più grandi proteste in Russia dagli anni novanta. Circa 400 persone furono arrestate in seguito a scontri fra i manifestanti e la polizia, e il tutto si concluse con il “Caso Bolotnaja”, un processo giudiziario contro i manifestanti accusati di sommosse e violenze contro la polizia. Il fatto che “Caso Bolotnaja”, (Bolotnoe Delo), in russo suoni più o meno come “affare paludoso” rende bene l’assoluta mancanza di trasparenza in cui si svolsero le attività giudiziarie, che vennero condannate dalla Corte Europea dei Diritti Umani, dal Parlamento Europeo e da Amnesty International. Dopo il 6 maggio, ci furono ancora manifestazioni a Mosca e in altre città della Russia, ma nemmeno questa ondata riuscì a compromettere la stabilità del regime putiniano.

Eppure, questa volta le cose sembrano essere diverse. Non nei numeri, che sono comparabili con quelli delle manifestazioni di piazza Bolotnaja, o anche delle prime Marce dei Dissidenti (secondo gli organizzatori, l’evento di San Pietroburgo aveva coinvolto circa 15.000 persone). Secondo alcuni, ciò che contraddistingue le attuali proteste è il fatto che non abbiano coinvolto solo Mosca, ma anche numerose città della provincia (almeno 110, secondo il Financial Times). Ma anche questa non è una novità: le Marce dei Dissidenti, oltre a Mosca e San Pietroburgo, avevano interessato anche Nizhnyj Novgorod, Samara, Chelyabinsk e Voronezh; la Marcia Russia si era svolta in diverse città, fra cui Stavropol, Kaliningrad, Chita e Majkop, non esattamente centri urbani di primaria importanza; quanto alle manifestazioni di Strategia 31, dal 2000 in poi si erano persino diffuse al di fuori della Russia, coinvolgendo Londra, New York, Toronto e Tel Aviv.

Dunque no, la differenza con le proteste precedenti non sta nei numeri, o nella diffusione a realtà di provincia. Questa volta, la differenza è tutta negli intenti. Le marce degli anni Duemila e del 2012 e del 2013 avevano, innanzitutto, un intento politico. A scendere in piazza non erano comuni cittadini affamati dalle politiche economiche del governo, ma esponenti ben pasciuti della classe medio-alta, resi benestanti dal boom del petrolio e dalle politiche economiche putiniane. Nel dicembre 2011, un commentatore della stazione radio Ekho Moskvi dichiarò: “Questa non è una protesta di pance vuote. Questa volta è politica, non economica. I minatori sono scesi in piazza perché non venivano pagati. Le persone che si riversano sulle strade di Mosca sono molto benestanti. Queste persone protestano perché sono state umiliate. Nessuno ha chiesto loro nulla. Semplicemente è stato loro detto: Putin è tornato”.

La situazione oggi è decisamente diversa. Un profondo malcontento economico e sociale sta investendo il Paese con forza sempre maggiore, dando origine a dimostrazioni che hanno alla base motivazioni prettamente economiche. Un esempio sono le proteste di massa dei camionisti di tutto il paese, cominciate nel 2015 in seguito all’introduzione di un nuovo sistema di pedaggio stradale gestito da Arkedy Rotenberg, un amico di infanzia di Putin. Altre dimostrazioni ci sono state nella repubblica semiautonoma del Tatarstan, tradizionalmente filoputiniana, dopo che la banca centrale ha bloccato tutte le transazioni da Tatfondbank, il secondo fornitore di credito della Repubblica. Anche la Siberia è stata interessata da movimenti di dissenso popolare, in seguito ad un rapido aumento nelle bollette nella città di Novosibirsk.

Non è diverso per le manifestazioni che vedono un coinvolgimento diretto dell’opposizione politica. Le proteste di questo marzo sono state incentrate sul tema della corruzione, che ha una particolare presa sulla popolazione proprio perché è un tema economico, oltre che politico. Quello che oppositori come Naval’nyj stanno dicendo al popolo russo per spingerlo a scendere in piazza è: voi dovete soffrire la povertà, mentre i funzionari pubblici hanno case di lusso e yacht. Non a caso, uno degli slogan più diffusi è stato “Tenete duro voi!” (Vy sami derzhites’!), riferito ai numerosi appelli del governo a resistere al culmine della crisi economica. Anche la protesta di domenica 11 giugno è cominciata non per iniziativa diretta di movimenti di opposizione, ma da rimostranze spontanee di cittadini moscoviti, che protestavano per un programma di rinnovamento urbano comprendente l’abbattimento di interi quartieri di khrushchevki (le abitazioni dell’epoca di Khrushchev dalla caratteristica forma a blocchi cubici, ndr). La manifestazione ha assunto un carattere più politico solo in seguito all’arrivo di Naval’nyj, giunto sul posto per supportare una parente residente in una delle suddette abitazioni.

Il fatto che quest’ultima ondata sia fondata sul malcontento economico, invece che su obiettivi politici, è considerata da molti analisti come la sua principale debolezza, nonché il motivo per cui non sarà in grado di produrre conseguenze politiche di lungo termine. Ad esempio, Andrej Koleznikov, Senior Fellow del Carnegie Center di Mosca, sostiene che “L’ultima ondata di proteste in Russia è troppo diversificata per essere unita da un singolo leader, piattaforma o slogan […] essa non è in grado di produrre un cambiamento di regime; non è una rivoluzione colorata, o una rivoluzione di velluto, e non è un movimento sulla scala della Perestrojka”.

Eppure, proprio quella che viene considerata la maggiore debolezza di questo movimento potrebbe rivelarsi la sua forza più grande. Dal 2014, la Russia è caduta in una profonda recessione. Il PIL ha avuto un picco nel 2013, e da allora è crollato drammaticamente. Nel 2015, il PIL pro capita è diminuito del 3.9%, e la maggior parte della popolazione ha visto crollare il valore reale delle proprie entrate. Questi dati sono ancora più impressionanti se paragonati con quelli del periodo pre-crisi, in cui la Russia cresceva ad un tasso compreso fra il 4.7 e il 10 per cento, grazie agli alti prezzi del petrolio. Finché avevano la possibilità di comprare il consenso dei cittadini finanziando alti livelli di spesa pubblica con le rendite petrolifere, Putin e il suo governo potevano dormire sonni tranquilli. Oggi non è più così. La storia russa, dalla rivoluzione di ottobre al crollo del regime comunista, ci insegna che le rivoluzioni non le fanno (soltanto) compagini politiche ben organizzate, o leader carismatici. I bolscevichi di Lenin o la Perestrojka di Gorbachev avrebbero potuto fare ben poco se la maggior parte della popolazione non avesse vissuto in condizioni disperate. C’è un solo grande leader che in Russia ha saputo unire le masse e far sì che spingessero compattamente per il cambiamento: la fame. Così, verosimilmente, non sarà Aleksej Naval’nyj, l’eterno outsider della politica russa e organizzatore delle proteste del 26 marzo e del 12 giugno, a far capitolare il regime di Vladimir Putin, ma piuttosto il mix letale dato dalle sanzioni occidentali, dal crollo del prezzo del petrolio e dalle debolezze strutturali dell’economia russa.

Un commento

  1. […] Sorgente: Eppur si muove: una nuova ondata di proteste scuote la “democrazia controllata” putinian… […]

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: