La visita di Xi Jinping a Mosca pone le basi per una più stretta cooperazione sino-russa

Lo scorso martedì, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono incontrati a Mosca nel contesto di una visita di due giorni del Presidente cinese nella capitale. I due capi di stato hanno rilasciato due comunicati in cui sono riassunti i risultati politici della visita, il primo strettamente relativo alle relazioni bilaterali Russia-Cina e l’altro su tematiche globali.

I due Presidenti hanno anche presenziato alla firma di diversi documenti strategici per la cooperazione energetica, finanziaria e agricola, e hanno approvato piani di implementazione del Trattato di Buon Vicinato e Cooperazione Amichevole, un accordo di valenza ventennale firmato nel 2001 da Vladimir Putin e dall’allora Presidente cinese Jiang Zemin.

Inoltre, i Ministri degli Esteri dei due paesi hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sullo stato della penisola coreana, chiedendo la cessazione sia del programma di test nucleari della Corea del Nord che delle esercitazioni militari di Stati Uniti e Corea del Sud.

L’esito più importante della visita è però probabilmente quello che riguarda la sfera economica: Pechino ha infatti promesso un totale di 11 miliardi di dollari di fondi a due entità economiche statali russe attualmente sotto sanzioni, il Russia Direct Investment Fund (RDIF) e Vneshnecombank (VEB), la banca nazionale di sviluppo.

I fondi, provenienti dalla Banca Cinese di Sviluppo, sono nominati in Renmimbi, il che significa che le due controparti russe non ricadrebbero sotto le sanzioni occidentali per quella transazione. (Le sanzioni americane non pongono esplicitamente restrizioni sugli accordi in questione, ma, secondo il Financial Times, le autorità di controllo americane frequentemente impongono la propria giurisdizione sulle transazioni in dollari, a motivo del fatto che violerebbero lo spirito delle sanzioni).

L’accordo rappresenta una vera e propria boccata d’aria per Mosca, che ha un disperato bisogno di attrarre fondi stranieri. Da parte cinese, invece, rientra nel contesto della One Belt One Road Initiative, la strategia di sviluppo proposta da Xi Jinping consistente nel creare legami strategici fra paesi eurasiatici, con una “cintura” di terra che si estende dalla Cina all’Europa e una “strada” marittima fra il Mare Cinese Meridionale, l’Oceano Pacifico meridionale e l’Oceano Indiano.

Il Presidente Xi ha dichiarato ai media russi che le relazioni fra i due paesi sono attualmente “al loro massimo storico”, e che “non importa quanto l’ambiente internazionale possa cambiare, la relazione Russia-Cina non ne risentirà”. Durante l’incontro, Putin ha anche insignito Xi dell’Ordine di Sant’Andrea, per il suo “notevole lavoro nel rafforzare l’amicizia fra i popoli cinese e russo”

Delle relazioni più strette fra Cina e Russia sono suggerite dall’intensificarsi delle visite di Xi a Mosca: ben tre nel 2017, su un totale di sei. Putin e Xi avevano già alle spalle una lunga storia di incontri diplomatici, che arrivano a 22. Oltretutto, Xi aveva significativamente scelto la Russia per la sua prima visita di stato dopo essere diventato presidente nel 2013.

La cooperazione fra i due Paesi è in aumento anche in un settore, quello energetico, che solitamente il governo russo è particolarmente restio ad aprire agli stranieri. Solo pochi giorni fa, l’azienda energetica Beijing Gas Group e Rosneft hanno firmato un accordo che conferisce all’azienda cinese il controllo del 20% di uno dei più grandi giacimenti petroliferi della Siberia orientale, ma soprattutto consente al colosso petrolifero russo l’accesso al mercato domestico cinese del gas.

Questo accordo porta nuovi sviluppi in due importanti filoni strategici: da una parte l’attestarsi della Russia come fornitore di gas per il mercato cinese, e dall’altra il ruolo sempre più pervasivo della Cina nel settore estrattivo russo. Entrambi i filoni sono sulla carta molto promettenti. La Cina è interessata ad assicurarsi ampie scorte di un combustibile relativamente poco inquinante come il gas naturale, mentre la Russia sta cercando a tutti i costi di diversificare le proprie esportazioni in modo da non dipendere soltanto dal mercato europeo, nel quale subisce la concorrenza dell’gas liquefatto americano. Inoltre, per sviluppare appieno il proprio potenziale estrattivo, la Russia ha un assoluto bisogno di investimenti e tecnologia, che potrebbero provenire dalla creazione di joint ventures con compagnie energetiche straniere.

In generale, le attuali condizioni economiche dei due paesi sembrano fare di Russia e Cina dei partner naturali. A causa delle sanzioni occidentali, la Russia si trova in grande difficoltà nell’accesso al credito internazionale, il che implica una cronica mancanza di disponibilità di capitali, dato lo scarso sviluppo del mercato finanziario domestico. Dall’altro lato, per la Cina la disponibilità di materie prime è sempre stata inscindibilmente legata al tema della sicurezza. Per questo motivo, negli ultimi due decenni il governo cinese ha firmato con numerosi paesi dell’Africa e del Sud America degli accordi del tipo investimenti-per-materie prime, uno scambio che farebbe molto comodo anche alla Russia.

Tuttavia, qui emerge il primo limite di una più stretta collaborazione fra le due potenze: un rapporto simile risulterebbe sicuramente sproporzionato, con la Cina a rappresentare la controparte più forte, esattamente come lo è stata negli accordi con Argentina, Cile, Perù, etc. Per la Russia, questo risulterebbe difficile da accettare: una nazione che si fonda sul mito di una passata grandeur da impero non può essere messa sullo stesso piano di potenze di second’ordine; se la Russia dovesse cominciare a trasmettere un’idea di debolezza in politica internazionale sarebbe con ogni probabilità la fine del regime di Putin.

Dall’altro lato, fare affari con la Russia non è semplice. L’assenza di una cornice legale efficace, il rischio di espropriazioni, la corruzione pervasiva e una schiacciante burocrazia costituiscono ostacoli giganteschi per gli investimenti stranieri. In questa prospettiva, è comprensibile la riluttanza cinese ad investire massicciamente nell’economia russa.

Oltre a perplessità di tipo economico, non mancano quelle di carattere geopolitico: la strategia One Belt One Road, infatti, sta scatenando nella Russia la preoccupazione che la Cina estenda troppo la propria influenza in Asia Centrale, un’area che Mosca considera di propria pertinenza strategica.

E’ probabilmente per questo insieme di ragioni che Xi e Putin non hanno ancora proposto ufficialmente un progetto complessivo per combinare le diverse iniziative di integrazione regionale quale avrebbe dovuto essere la “partnership eurasiatica” prefigurata da Putin nel 2016 al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo. Nonostante questo, il governo cinese e quello russo hanno concordato di delineare entro la fine dell’anno le basi per un partenariato più complessivo.

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