Rescuing Boris: quando erano gli USA a interferire nelle elezioni russe

Le relazioni USA-Russia sono da mesi in stallo sullo scandalo del Russia-gate, ovvero l’ipotesi, che ha sempre più l’aspetto di una certezza, che la Russia abbia interferito nelle elezioni americane per favorire Trump. L’ultimo sviluppo della vicenda è la conferma, arrivata il 9 luglio scorso, di un incontro fra il figlio del Presidente Donald Trump Jr e l’avvocatessa russa Natalia Veselnitskaya, in possesso di materiale compromettente su Hillary Clinton.

Per Mosca, l’interferenza elettorale sta diventando sempre più centrale nella strategia di favorire partiti e candidati filorussi in Europa e nel resto del mondo. In maggio, il direttore dell’NSA Michael Rogers aveva riferito al Congresso americano che la Russia si era resa responsabile di attività di hackeraggio che avevano come obiettivo le elezioni francesi. Allo stesso modo, si temono interferenze in Germania, dove si andrà al voto in settembre per eleggere i nuovi deputati del Bundestag.

Nonostante questo, Putin continua a negare che la Russia abbia attivamente interferito nelle elezioni americane. Ma la sua strategia mediatica non si ferma qui: sfruttando l’artificio retorico del “tu quoque”, il presidente russo è sempre pronto a spostare l’attenzione sull’interferenza americana nel mondo. Ad esempio, durate un’intervista concessa in giugno alla NBC, Putin ha dichiarato: “Non è mia intenzione offendere nessuno, ma gli Stati Uniti intervengono attivamente nelle campagne elettorali di altri paesi. Dovunque uno possa indicare sul mappamondo, ci saranno sempre lamentele riguardo all’interferenza nei processi politici interni da parte degli americani”.

Si tratta, ovviamente, di risposte provocatorie, volte a coprire le difficoltà del leader nel trovare argomenti plausibili per rispondere alle accuse, e insieme a fomentare i sentimenti antiamericani della popolazione russa. Tuttavia, che gli americani abbiano più volte interferito nei processi elettorali di altri paesi in nome della sicurezza nazionale è risaputo, e non hanno mancato di farlo nemmeno in Russia.

Nel luglio 1996, il Time uscì con una copertina che titolava: “Yankees to the rescue: the secret story of how American advisers helped Yeltsin win (Gli Yankees in soccorso: la storia segreta di come consulenti americani hanno aiutato Eltsin a vincere). All’interno, un lungo articolo raccontava nei dettagli la storia di come, per quattro mesi, un gruppo di esperti di comunicazione politica americani avevano partecipato alla campagna di rielezione di Boris Eltsin.

Alla fine del 1995, la situazione di Eltsin sembrava disperata. Il suo consenso, eroso dal suo sempre più evidente autoritarismo, dal disastroso conflitto in Cecenia e dal collasso economico provocato dal maldestro tentativo di applicare le politiche neoliberiste al paese appena uscito dal regime comunista, era ai minimi storici: il Presidente era favorito soltanto dall’8% dell’elettorato. Davanti a lui, nei sondaggi, c’erano altri cinque candidati, con il leader del partito comunista Gennadij Zjuganov a condurre la classifica con il 21%. Oltretutto, nel dicembre del 1995 c’erano state le elezioni parlamentari, che avevano visto un trionfo del Partito Comunista a discapito dei partiti riformisti. In un simile contesto, una presidenza comunista sembrava lo scenario più probabile.

A quel punto, qualcuno decise di intervenire. Si trattava di Felix Brianin, un consulente che assisteva americani desiderosi di investire in Russia, in rapporti con la cerchia più ristretta di Eltsin. Brianin cercò per mesi di convincere le sue conoscenze ai piani alti del Cremlino che per vincere era necessaria un’assistenza da parte di professionisti, finché, nel febbraio 1996, non fu incaricato di “trovare degli americani”. Infine, Brianin riuscì a mettere insieme un gruppo formato da Joe Shumate e George Gorton, che avevano lavorato alla campagna del Governatore della California Pete Wilson, e Richard Dresner, un consulente di New York con contatti nella campagna elettorale di Bill Clinton ai tempi in cui questi correva per il posto di Governatore dell’Arkansas.

Al gruppo di consulenti professionisti venne assegnato un ufficio all’interno dell’Hotel President, il quartier generale della campagna di Eltsin. Fu loro detto che dovevano dare per scontato che i telefoni fossero intercettati e che le stanze fossero piene di cimici, che dovevano lasciare l’hotel solo in caso di necessità ed evitare contatti con il resto dello staff della campagna. Per ragioni di sicurezza, dovevano tenere nascosta la loro vera identità: ufficialmente, rappresentavano una compagnia americana di televisori, anche se sui loro visti era indicato che lavoravano per l’amministrazione presidenziale, il che avrebbe potuto facilmente mandare a monte la segretezza dell’operazione.

Il primo, enorme merito di questo dream team di esperti fu quello di introdurre le più elementari tecniche di comunicazione politica in un paese che non si era mai posto il problema di come affrontare una campagna elettorale. In seguito, Gorton dichiarò: “Per le prime settimane, il lavoro consistette semplicemente in formazione, campagna elettorale per principianti, cose come l’uso corretto dei sondaggi e la necessità di testare su diversi gruppi di controllo ogni singola tematica della campagna”. L’inesperienza dei russi era tale in materia che nei sondaggi si facevano domande come “Se Eltsin fosse un albero, che tipo di albero sarebbe?”, mentre erano completamente all’oscuro riguardo all’atteggiamento nei confronti di determinati provvedimenti. Oltretutto, la mancanza di esposizione a queste tecniche di comunicazione si traduceva spesso nel loro rifiuto. “Ma non sarebbe giusto!”, diceva continuamente Tatiana Dyachenko, figlia di Eltsin e responsabile della campagna.

L’intervento dei consulenti si spinse al punto da utilizzare come pedina sul complicato scacchiere delle elezioni russe nientemeno che Bill Clinton. Secondo il Time, Clinton non ebbe nulla a che fare con il reclutamento degli esperti americani, ma l’amministrazione era a conoscenza della loro esistenza. Come abbiamo detto, Dresner aveva contatti con la cerchia del Presidente. Fu proprio lui a preparare nei minimi particolari la sceneggiatura dell’incontro fra Clinton e Eltsin nell’aprile del ’96. L’obiettivo era mostrare un Clinton esitante e silenzioso mentre Eltsin pontificava sulle prerogative da superpotenza della Russia: questo avrebbe sicuramente fatto breccia nel cuore profondamente nazionalista dell’elettorato.

Infine, gli americani ebbero l’intuizione decisiva che rovesciò le sorti della campagna: l’idea di fare di Eltsin un bastione dell’anticomunismo, l’ultima difesa contro il rischio di ripiombare nell’incubo della dittatura. Inizialmente, questa proposta provocò molte resistenze fra lo staff: dopo il disastro politico ed economico dei primi anni Novanta, molti russi percepivano ormai il periodo dell’Unione Sovietica come l’unico vero momento di gloria della storia del proprio Paese, arrivando addirittura a rimpiangere la leadership di Stalin. In questo contesto, l’idea di basare la campagna sull’opposizione ai comunisti non sembrava una mossa particolarmente furba. Eppure, si rivelò vincente.

Il 16 giugno 1996, Eltsin vinse il primo turno con il 35,8% dei voti, davanti a Zjuganov che ottenne il 32,5%. Subito dopo, Eltsin offrì la carica di Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa ad Alexander Lebedev, che aveva ottenuto il terzo posto, garantendosi così il suo sostegno per il secondo turno. Il 3 luglio, Eltsin si aggiudicò l’elezione a Presidente con il 54,4% dei voti.

La storia raccontata dal Time non è una ricostruzione troppo fedele di quello che accadde nell’elezione del ’96. Trascura totalmente il ruolo giocato dagli oligarchi, dai loro imperi mediatici, dalle loans-for-shares auctions e delle vociferate (ma mai verificate) frodi elettorali a favore di Eltsin. Nondimeno, è una bella storia: la storia di come si possa fare interferenza nelle elezioni di un altro paese in maniera perfettamente legale, ricorrendo unicamente ai trucchi della comunicazione politica. Così si conclude l’articolo del Time: “La scorsa settimana la Russia ha compiuto un passo storico allontanandosi dal proprio passato totalitario. La democrazia ha trionfato, e insieme a lei sono arrivati in Russia i metodi di una moderna campagna elettorale, inclusi gli “sporchi trucchetti del mestiere” che gli americani conoscono così bene. Anche se questi strumenti non sono sempre ammirevoli, i risultati che hanno ottenuto in Russia certamente lo sono. Ma, esattamente come in America, i consulenti non possono aiutare Eltsin più di così”.

 

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